mercoledì 25 aprile 2012

Toilet chant


Uno dei momenti più gloriosamente blasfemi della sacralizzazione delle proprie giornate è il momento in cui ci si siede sul cesso.
Il corpo si sa, ha bisogno della propria messa gnostica quotidiana.
Quale rituale migliore delle contorsioni calde delle proprie viscere. Del piacere amniotico dello svuotamento delle sacche intestinali.
Il rituale prevede sacrificio.
La croce di trattenerla il più possibile.
Dare modo al proprio corpo di assaporare il momento in cui si libera di quel peso che comprime i propri nervi addominali.
Il sorriso che ti si stampa in faccia è una icona di innocenza e di umanità .
Ci dovrebbe essere un museo di visi e sguardi nell'estasi della defecazione.
Esistono raccolte fotografiche, siti internet , libri che raccolgono visi di orgasmi, visi del momento della morte, ma visi del momento in cui ci si svuota non risulta.
Un momento di puro piacere, quando ci si rende conto di essere soli nell'arco di una decina di metri almeno, e liberamente emettere una parte di noi a cadere in un buco di acqua sporca.
Ci sono gli sfortunati che non riescono mai a farlo e quando ce la fanno non è abbastanza.
Un conto poi è praticare questi pochi santi minuti nel proprio luminoso e sanificato cesso di casa.
Ma il vero atto d'amore è quando ti arrampichi in una fetida latrina pubblica, vagamente puzzolente di piscio caldo, dove riesco a piazzarti sopra una turca perennemente bagnata e pronta a raccogliere le spruzzi di vita bollenti di qualsiasi essere umano che gli si presenti sopra.
Immaginatevi la storia di un cesso pubblico.
Un tempietto di piastrelle blu scuro lucide, finti marmi appena posati e una porta bianca con chiavistello.
Dalla prima pisciata della sua storia quel cesso diventerà un solitario girone dell'inferno Dantesco.
Non ci vorrà poi molto che le pareti si impregnino indelebilmente di una presenza umida e strisciante che negli anni ribolle sul pareti del gres porcellanato della turca.
La porta diventa un muro di Berlino scrostato e raffigurante cazzi ,numeri di telefono, buchi di culo aperti in cerca d'amore e svastiche rosse.
Una scatola di plastica vuota appesa al muro in ricordo della carta lavamani.
Un cesso pubblico come quello, prima di crollare definitivamente ospita ogni manifestazione di deiezione umana, di scopate feroci addosso alle pareti, di pere e schizzetti di sangue , di mestruazioni, di fazzoletti usati di vomito, di telefonate, di presenze umane lasciate a se stesse.
L'equivalente di una chiesetta abbandonata in mezzo ad un campo, il cesso pubblico ospita le crude messe del corpo umano, cosi intimamente amato e coccolato nelle sue manifestazioni umide.
Con vetro della finestrella incrostato di una patina marroncina e ragnatele condensate.
Il termosifone scrostato ad avvolgere il fuggiasco dal freddo invernale che ha bussato alla porta.
Il naufrago solitario della strada che si ritrova seduto a contemplare il piacere che dal proprio ano dilatato vibra lungo la schiena raggiungendo i caldi prati della sua mente.
Il cesso, metro di misura di una civiltà, cappella privata di ogni casa e pubblica abbazia dell'uomo moderno, immagine della vergogna di noi stessi ma oracolo d'amore per i consapevoli della gloria del proprio corpo, trasfigurato in uno spazio ipercubico nella atto di riciclare materia fisica che permetta il perenne avviluppamento delle carni attorno ad un lungo tubo vuoto che parte dalla bocca per finire in un orifizio magico che l'uomo comune chiama culo.




domenica 5 febbraio 2012

Quit

Eretto e fermo sul ponte più alto che potevi trovare.
L'autostrada incredibilmente deserta. Allora è davvero questo che deve succedere,pensi.
Ed è difficile cercare di immaginare a cos'altro puoi pensare in questo momento. Eppure ne avresti.
Almeno una vita e mezza.
Il telefono è già in volo lento verso il fondo. Orbite circolari se lo trascinano giù in slow-motion.
Forse non è vero che la vita ti passa davanti in questi momenti. Lo sai tu.
Ma lascia che la faccia passare io al posto tuo.

Ti conoscono tutti in paese. O almeno a tutti il suo nome è noto. Il tuo è uno di quei nomi che in paese si sente spesso. Da quando eravamo ragazzini.
Essere una delle figure di spicco di un paesino di merda come questo è un onore di cui saprei fare a meno. Ma ti dico, ora che non mi stai sentendo, non sono mai stato insensibile alla tua figura.
Ti ricordo alle elementari.
Ti vedo qui davanti , seduto a bere il tuo suo succo di frutta alla pesca mentre gli altri si rincorrono nel giardino della scuola. Sorridente in piedi appoggiato al muro. Con il grembiule bianco, mentre aspetti che arrivi mamma.
Ti rivedo alle medie. Uno di quei ragazzini meno popolari di altri. Silenzioso e malvestito. Non un grande sportivo. Lo saresti diventato poi.
Gli occhiali marroni ti categorizzano immediatamente.
Le scuole medie, si sa, sono il periodo più crudele della vita.
Sei obbligato ad iniziare a crescere. A smettere di essere un bambino anche se lo sei ancora. Devi dimostrare di essere qualcosa che assomiglia ad un adulto,la versione puzzolente e acerba di un adulto.
Se non ti fai questa violenza adesso da qui non ne uscirai più. E' cosi per tutti.
 A quell’età la pietà umana e il rispetto non sono ancora facoltà sviluppate appieno. Sono presenti in potenza, come un senso difficile da imparare ad usare. Un cuore funzionante c'è già . E questo non ti aiuta. Sei uno qualunque ma solo agli occhi degli altri. Non entri mai nelle mire degli stronzi. Distaccato si, ma riesci a partecipare silenziosamente ad ogni cosa.
Ridi alle battute e alle bravate. Addirittura sorridi ai soprusi dei compagni di classe verso le vittime del momento.
Quello che veste sempre uguale. Quello che puzza. Quello con il padre in galera.
Tu sorridi lo stesso. Non ridi ma sorridi. Un modo di partecipare senza essere eccessivamente stronzi. Tanto basta per considerarti una entità innocua. Uno spettatore come altri.
Le povere vittime delle crudeli prese in giro invece di tutto questo non se ne accorgono. Sei solo quel ragazzo tranquillo che li tratta come persone. Un potenziale amico.
Ti conosco realmente solo oggi, costretti ad allenarci assieme per le gare di atletica. La t-shirt più grande di almeno una taglia nasconde tutta l’agilità.
Brillante. Sveglio. Acuto. La tua simpatia silenziosa e discreta è una sorpresa per tutti. Soprattutto per me. Una grande curiosità per ogni cosa. Salta fuori presto la sua preparazione riguardo capitali mondiali, montagne e mari del mondo.
Leggi un sacco di fumetti. Ascolti i dischi di suo padre.
Frequenti tantissimo l’oratorio. Un postaccio che presto cominceremo a frequentare tutti. Evidentemente uno di quelli che vengono considerati bravi ragazzi.
Le estati si susseguono ma le cose cambiano di poco.
Arrivi tardi,quando il sole si è già ammorbidito. Arrivi con una allegria fastidiosa. Passi gran parte del pomeriggio a casa. Uscire troppo non sta bene per la tua famiglia.
La tua semplicità si è trasformata. E' diventata odiosa. Ridicola. Irritante.
Nauseante nella tua bontà, nel tuo altruismo.
Sei un pratico. Hai scelto una scuola professionale a qualche decina di metri da casa.
Ti interessa imparare un mestiere, non importa quale. Ti chiedi a che cazzo serva conoscere il latino o le bizzarrie di qualche filosofo Tedesco, o tutte le altre perdite di tempo di cui magari mi riempio la bocca io. Vuoi solo vivere serenamente la tua vita. Il resto non sembra appartenerti.

Nonostante le patenti prese ce ne stimo ancora seduti sul muretto nel retro dell’oratorio.
Parliamo di guerre lontane, di capitalismo, di anarchia e tu ti fermi li dopo un pomeriggio di lavoro nei campi di tuo padre. Ti siedi sulla scalinata e ci ascolti sorridendo. Sempre sorridendo.
Quando qualcuno di noi si fomenta tu ridi. Non ridi di noi o delle nostre idee, ma del nostro entusiasmo di ragazzi.
Nella tua semplicità sei già adulto. Non hai sogni impossibili ma hai i più bei sogni realizzabili.
Dentro di me c'è già una punta di invidia. La verità è che nella tua semplicità estrema c’è qualcosa di più. Nonostante la noia delle tue parole. La banalità del tuo vestire. Il tuo andare a messa tutte le Domeniche senza domandarti cosa significhi. Il tuo giocare a calcio come un ragazzino di sei anni. Nonostante l'azione Cattolica. Lo stucchevole entusiasmo. Le canzoni simpatiche e i campi estivi in montagna.
L'università l’hai mollata presto. Nessun fallimento, solo una scelta. Il tuo vero interesse è il lavoro.
Te ne stai piegato a tirare cavi, e quando non sei a lavoro sei nei campi.
Reagisci con sorrisi pieni di pietà e sopportazione di fronte alla volgarità. Mantieni la calma sempre.
Sai fare delle scelte e a quanto pare ti costruisci un futuro. Anche per questo ti guardo con invidia.
Scegli lei.
Quella che per anni hai visto giocare a pallavolo nel campo dell'oratorio. Quella che hai visto sparire e ricomparire diplomata ed impegnata nel sociale.
Hai deciso in poco tempo che è la donna per te.
E' un Settembre caldo e c'è il tuo matrimonio. Una cerimonia semplice e veloce. Niente sfarzo. Una casa con giardino, una donna con un pancione pronto a dare al mondo una bambina. Stop. Il lavoro sempre meglio e velocemente  fai nascere la tua impresa .
 La bambina cresce e arriva anche la sorellina.
Partecipi ancora alle raccolte di beneficenza dell’oratorio. Quando puoi almeno. La raccolta del ferro è un appuntamento fisso.
Non vai più a messa, ma spesso senti il bisogno di una confessione.
Non hai nemici. Hai solo amici.
Non c'è un ombra nella tua vita. Nessuna smagliatura. Sembri uscito da un film.
Ti sei portato dove volevi. Quanti ne sono capaci?
Tutto questo sei tu fino ad oggi.
Fino al giorno in cui ti stai lanciando giù da un ponte verso litri e litri di acqua fredda.
Nemmeno un messaggio alla tua famiglia. Nessuno capirà mai il perchè.
Ti vedo dimenare nell'aria con un viso immobile. Non c'e un indizio. Non c'è niente.
Lo stai facendo e basta. Affondi verso il letto e non hai un pensiero che ti lasci aggrappato alla vita.
Lascerai tutti nel dubbio, nell'angoscia di non sapere un cazzo.
Un mistero che con il tempo la gente dimenticherà. Smetteranno di voler capire. Io non lo so se ne sarò capace.
Perciò ti saluto.
 E salutami il fondo del fiume, che ai tuoi occhi spenti è un giardino battuto dal vento.

lunedì 9 maggio 2011

Esserini


La paranoia.
Agisce meglio in luoghi angusti.
La sera,quando proprio le gambe non ti reggono più.
Ha la forma di un puntino nero. Però all'improvviso è un puntino nero che si muove.
E scopri piano che non è da solo.
Il rumore della doccia maschera quello che sembra un fruscio.
Gli occhi sono appannati dalla giornata.
La luce gialla del bagno non aiuta.
Ma alla fine la vedi. La tua nemica. La formica.
Se non senti subito il peso della minaccia,comincerai ad avvertirlo dopo la seconda che vedi camminare lungo la fuga delle piastrelle.
Da dentro la doccia ti sembra di avvertire un ombra enorme dietro di te.
Ti giri di scatto ma non c'è nulla. Eppure sai che potresti trovare qualcosa quando esci.
Qualcosa pronto a morderti le dita dei piedi.
Il phon maschera quello che sembra il suono di una bistecca che frigge.
Magari appena sotto l'intonaco,brulicano,pronte ad una guerra secolare,miliardi di maledettissime formiche.
Pulsano sotto un mare di cemento.
Dal letto,la notte,ti sembra di avvertire il pavimento muoversi a ritmo di marea nera.
Onde veloci di friggenti formiche.
Marmo divelto da un manto rossastro di inferocite formiche.
Le sentirai pizzicare sotto la pelle morbida dei piedi.
Ogni angolino del tuo cesso avrà un foro da dove si spingono,pulsanti e lucidi,questi esseri immondi dalle troppe zampe.
Si tratta di emissari di Satana portati a respirare ossigeno prezioso,solo per il gusto di camminare sulla tua pelle.
Una mattina potresti trovare una palla liscia e dura di formiche a rotolarti addosso,quando apri la porta della tua camera.
Conviene uscire,prendere la strada,anche sotto la pioggia,protetti solo da una sgualcita giacca in pelle.
Pelle di formica ovviamente.

venerdì 22 aprile 2011

Niente capire


Immagina di spendere quel poco di ossigeno che rimane necessario.
Non sentire più niente che pesi sulla gambe.
Sollevarti lento per decine di metri e sentire l'aria sempre più fresca. I polmoni lucidi e brillanti come acciaio cromo.
Scopri per la prima volta che la terra è una crosta scolpita nella roccia e nella neve.
La vedi dall'alto e la senti ruvida e inospitale più di quanto non sia mai sembrata prima.
Ma nonostante tutto ti accorgi presto che ti mancherà tantissimo.
Ti mancheranno sopratutto gli angoli nascosti. Quelli protetti dai passi dell'uomo. Quelli solo battuti dal vento,e se capita,solo a volte, toccati dalla luce.
Ti mancheranno un sacco le stagioni che si spengono e riaccendono come luci lontane.
Il colore dell'aria alla fine della sera. Il profumo dell'erba bagnata.
La pioggia calda sulla pelle.
Ricordi improvvisamente una quantità sorprendente di sensazioni epidermiche,seppellite nel fondo buio del cervello.
Costrette alla luce proprio ora che punti verso il cielo sempre più velocemente.
Lasci alle spalle l'aria sempre e comunque illuminata della terra per puntare ad altri orizzonti,ignoti e immobili.
Sfiori la pelle bianca e sabbiosa della luna e quasi non la noti.
Ti trovi davanti un buio mai visto. Un nero che assorbe ogni occhio.
Dopo un sonno senza rumori affondi piano in una nuova atmosfera,bluastra e densa.
Umida in modo sconosciuto.
Ti senti portare da un vento che non è un vento. Da una forza primordiale che non ti permette reazioni.
Ti fondi a una schiumosa e infinita nube azzurra che circonda i poli glaciali di Venere.
Densa come una crema di ammoniaca,l'aria di Venere ti lascia sotto una coltre buia colorata di azzurro.
Ti abbandoni alla velocità mentre profonde scariche di luce lasciano immagini di altissimi vulcani.
E poi riparti ancora più veloce.
Attraversi una rete intricata di rocce galleggianti.
Sempre nel silenzio più profondo.
Siderali voci ti chiamano a se. Ti spingono a desiderare maggior velocità.
Non poi ancora immaginare quanto potenti siano i venti glaciali di Urano. Bui e taglienti come lame bagnate.
Scopri quanto immobile sia l'atmosfera nera di Plutone,quando le stagioni si allontanano lente con esse anche il tempo si fa sempre più lento.
Ti prepari a bagnarti nel calore di nuove stelle.
Il silenzio è qualcosa che non conoscevi prima.
Abissale si fa il tempo.
Avverti la potenza delle reazioni nucleari nel cuore delle nane brune.
Non esiste modo per descrivere la furia delle nebulose.
Non c'è modo di descrivere il terrore di fronte all'immensità delle più grandi stelle.
Tempeste senza tempo,fredde e dimenticate. O mai conosciute.
La violenza cieca dei pulsar sconvolge.
Non c'è più direzione,ne peso,ne presenza.
Solo un respiro lungo infinite ere.
Un movimento che non si avverte. Come una marea nera.
Ribolle di materia,di esplosioni lente, di galassie. Di luce che illuminano altra luce.
Di misteri.
E tu li guardi in faccia.
Immaginalo.
Ma non puoi.
Non guarderai nessun mistero,sarà lui a guardare te dall'alto.
Ti guarderà alle prese con i giorni che passano.
Con le ghiandole gonfie. Con il sudore secreto dalla pelle. Con il piscio.
Le budella che si contraggono al freddo.
Il mal di testa.
Con quella spugna imbevuta di sangue che chiamiamo carne.
Senza capire mai un cazzo di niente.

venerdì 4 febbraio 2011

Respira nel bosco



Non conosco modi simpatici di morire.
Se qualcuno ne conosce qualcuno si facesse avanti.
Non credo che morire nel sonno sia un morire migliore. Dopotutto si tratta sempre di farla finita.
C'e chi muore in ospedale,chi accartocciato in un grumo caldo di lamiere,chi lavorando,chi semplicemente per vecchiaia e chi sparandosi in testa.
A pensarci bene,in fondo,è uguale.

Il punto è che a volte non c'è nulla da fare. I sabati sera invernali si presentano come ore e ore di freddo e nebbia da affrontare.
Mangiare una pizza è un inizio come tanti. Uno dei tanti sabati d'Inverno di questo 1994.
Una serata in due. Si conoscono da quando erano bambini.Le cose, più o meno, le hanno fatte tutte assieme. Una volta, da bambini, gironzolavano per la casa,la domenica pomeriggio, vestiti in tuta, a scambiarsi francobolli per le loro collezioni.
Erano bambini e oggi lo sono meno. Hanno berretti di lana schiacciati sulle orecchie. Hanno camice lunghe di flanella. Scarpe Nike sporche.Molto sporche.
Ruttano la pizza.
Siedono sulle scalinate di quello che fino a un mese prima era un cinema.
Vabbeh ,pure il cinema ci hanno chiuso,dice il più grasso.
Quello magro invece è davvero troppo magro. Gli zigomi rigidi dal freddo tendono la pelle del viso.
Adesso il paesino è sempre più paesino. Sempre più spento.
I pantaloni stirati dei vecchi,la domenica mattina sono sempre più grigi e i sabati sera fanno venire voglia di fare a botte. Tanto per fare qualcosa.
I loro vecchi amici sono incastrati in un eterno Festivalbar e la provincia è sempre più provincia. Sopratutto per loro due che passano i pomeriggi ad ascoltare i Soundgarden.
Riempirsi di birra dopo una pizza,quindi, è un proseguimento di serata come tanti.
L'idea brillante è di prendere la macchina e girare.
Cosi,senza una vera meta.
L'idea di non avere una meta è sempre quella vincente.
Essere un pirata notturno alla ricerca di qualche sperduto bar da arrembare. Magari un flipper. Un videogioco. Non è che ci voglia poi molto.
I giorni sono tutti uguali. Sono una fotocopia sgranata del giorno prima. Basta un po di colore per farlo sembrare diverso.
Far diventare i giorni serigrafie di Andy Warhol è una specialita per loro.
Girare in macchina in strade vuote mossi dal vento, è un fotogramma in loop. Tanto simile a se stesso da diventare ipnotico.
Seduti al freddo, sul cofano della macchina, di fronte ad un piccolo bar di lengo lungo la strada collinosa, di fronte ad una pubblicità scolorita dal sole, si calano due grossi pezzi di Hoffman.
Giusto per lucidare questa sgranata pellicola,questa ennesima serata in proiettata in replica.
Ondate di brividi salgono lungo la schiena ad avvisare che presto continuare a guidare sarà una pessima idea.
Le strade senza lampioni lasciano il cielo lucido di vento.
Dietro le montagne la luce rende il bosco ancora più nero.
La bocca secca del pancione non smette di urlare. Dall'altra parte del tornante,sotto la collina, c'è la Slovenia ed abbassare il finestrino urlando compagno Tito merda è un obbligo.
L'altro invece continua a masticare. Pezzetti di carta a friggere sulla lingua.
Troppi direi. Troppi in una notte di vento come questa.
Il vento che arriva dalla Slovenia ha un che di ululante,sconosciuto e sembra presagire qualcosa di peggiore. Ogni volta che passano di qui si immaginano guerre,esplosioni lontane. Magari una centrale nucleare. Una luce forte e poi basta. Una ventata calda a bruciare tutto.
Pensieri del genere non andrebbero fatti quando si è pieni di alcol noia ed Lsd.
All'improvviso la testa sembra allungarsi.Tirata come un elastico da due grosse dita invisibili,a stendersi lungo la macchina,e ancora di più,lungo la strada.
Finalmente, il sabato sbiadito come un vecchio film in una rete privata, diventa lucido e limpido. La luce lunare diventa pulita e azzurrognola,un film con una fotografia perfetta.
Ben presto la cosa smette di essere divertente.
La cosa cambia appena si accorgono che la strada sembra quella di Twin Peaks.
La sigla di quel telefilm fa tremare tutti. Da sempre. Fa paura. E la paura diventa qualcosa di ben preciso.
Occhi sembrano spiare dal bosco. Forse lupi dagli occhi luminosi. Occhi rossi. Senza pupille. Come disegni fluorescenti.
Ignora. Cerca di ignorare.
Ma forse è tardi per ignorare. Guidando e accarezzandosi la grossa pancia comincia a parlare del vento radioattivo. Dell'inverno nucleare.
Il vento ululante sembra essere un onda d'urto di un fragore lontano. Il respiro freddo di qualcosa di mostruoso.
E all'improvviso sbanda.
Rimbalza da una parte all'altra della strada. Chissa quale cane rabbioso e osceno ha attraversato la sua strada. Chissa quale creatura dagli occhi rossi come lamponi gli si è piazzata davanti al cervello.
Sbattendo sul guard rail per un istante la lucidità ritorna. Abbastanza da far arrivare la macchina al primo bar disponibile. Uno sgabuzzino isolato prima di una lunga salita sulla montagna.
A pensarci bene non sapevano più dove sono. Sanno solo che vicino c'è una misteriosa Slovenia a soffiare vento freddo.
Lo vede entrare veloce in bar e prendere in mano il telefono, con la pancia ansimante al respiro. Dalla finestra sporca tutto li dentro sembra terrorizzato. Il barista, i pochi vecchi ubriachi,i tavoli, i bicchieri.
Eppure gli sembra di sentirlo il suo amico. Gli sembra di sentire una voce che chiama la polizia. E gli sembra di vedere riflessi blu di lampeggiante alle sue spalle. Occhi rossi luminosi di sbirri assetati di sangue. Come i lupi.
Non è spiegabile il terrore che si prova quando ci si sente come animali imprigionati. Terrore senza tentativi di mediazione. Senza la mente ad aiutare a ragionare. Terrore primordiale.
Come in un incubo muove i muscoli e inizia a muoversi verso gli alberi,dall'altra parte della strada. Come in un incubo gli sembra di non farcela. Ogni movimento è una fatica orribile contro un vento denso che lo immobilizza. Con una spinta sovrumana urla, o gli sembra di farlo.
E alla fine ce la fa,inizia a correre verso il bosco. Il buio e gli alberi che gli sembrano improvvisamente accoglienti. Un nascondiglio.
Correre al buio attraverso fitti rami. Inciampare ogni tre secondi. Ritrovarsi pieni di tagli. Le unghie lunghe degli alberi cercano di afferrarlo. Gli sembra di sentirne il lamento profondo. Una voce ruvida come una corteccia che gli dice di fermarsi.
Eppure sente che in fondo al bosco una soffice luce azzurra lo accoglierà fino a quando l'effetto dell'acido sarà svanito.
Cercando inutilmente di mantenere la calma,si perde.
Cammina da troppo tempo per non aver ancora ritrovato una strada. Questo significa che si è inoltrato sempre di più tra le montagne. Forse è gia in Slovenia. Il terrore non è ancora spento. Voci rauche bisbigliano da dietro gli alberi al suo passaggio. E il buio è sempre più viscido. Freddo. Bagnato.
All'improvviso il freddo si fa ghiaccio e lo trascina in un gelido fiotto d'acqua.
Un torrente se lo porta via. Reso sordo dalle voci della sua mente, l'acqua non era ne visibile ne udibile.
L'inverno si fa strada sulla carne. Nei polmoni. Nelle orecchie. Congela gli occhi. Insidia il cuore. Rende le labbra blu come la luce che filtra tra i rami.
E' finita pensa. Anzi lo sente dire. Da distente. L'acqua gli appare rossa e densa all'improvviso ,quando sbatte addosso una roccia sporgente.
Difficile dire da quanto galleggiasse trasportato dal torrente.
Il fracasso di animali notturni,vociare,brusio di insetti, ali di uccelli e gorgoglio d'acqua,all'improvviso si spengono. Si fa silenzio in un solo istante.Come avere gommapiuma premuta dentro le orecchie.
Nel giro di poco l'effetto è finito. Dopo ore di terrore atavico,l'acido finalmente muore come immerso in un lago di latte. Si sente pulito, purificato come l'acqua che lo ha quasi congelato.L'aria di un bosco di montagna in inverno, ustiona di freddo la sua pelle e lo fa tremare. Vibrare.
Si leva il maglione fradicio,le jeans,le scarpe.E non ha più freddo.
La luce lunare ora è pallida come dovrebbe essere. La notte si apre luminosa sopra il varco che si apre sopra il piccolo campo d'erba,accanto al torrente.
Nell'assoluto silenzio,totalmente senza vita, si sentono da lontanto dei passi pesantissimi. Ma il terrore ora non c'è.
Ad affacciarsi tra gli alberi è un corpo di uomo,marmoreo e nudo. Scolpito nella roccia,tanto è pallido.Chiazzato da piccoli tagli. Minuscole macchiette di sangue.
Altissimo.
E guardando verso l'alto si vede la testa di cervo.
Un gigante dal viso di cervo. Le corna si spargono lunghissime.
Vedo che ce l'hai fatta dice. E lo dice con una voce di un uomo di seicento anni. Fa tremare sotto i piedi tanto e profonda.
E' evidente che con l'acido ha esagerato. E combinato con il panico ha dato il peggio di sè,pensa.
E mentre lo pensa il gigante parla ancora.
Ti ho sentito urlare aiuto da quando sei entrato nel bosco dice.E mentre lo dice due gufi si appoggiano alle lunghe corna di cervo.
Questo bosco è mio da un eternità di tempo ed era molto che qualcuno non cercava aiuto qui dentro.L'ultimo è stato un uomo che scappava. Veniva da lontano e si era accampato in una vecchia catapecchia abbandonata. Andai a prenderlo una notte di troppo freddo.
Dice.
E mentre lo dice non c'e nemmeno stupore. Niente.
Abbassa l'enorme braccio bianco, contraendo i muscoli delle gambe. Raccoglie un lupo che si avvicina silenzioso. Lo abbraccia come un cucciolo.
Indica la riva del fiume e il giovane,voltandosi,vede il proprio corpo bianco aggrappato alla roccia.Le labbra viola. Gli occhi sbarrati. Un corpo morto.
Nessuna paura. L'ha capito quando ha visto il gigante, che ora ha una testa di gufo.
Un gufo da enormi occhi gialli.
Benvenuto nella mia casa dice. Facendo tremare il suolo.
E cosi si muore in questo modo dice quello che era un corpo vivo,ed ora è qualcosa che siede accanto al proprio cadavere.
Si muore in tanti modi. Vibra la terra.
Tanti e tanti secoli fa una bambina mi disse che non voleva morire,perchè voleva vedere quello che succedeva. Credo sia questo che spaventa voi uomini. Non sapere che succederà dopo di voi.
Dice il gigante respirando l'aria della notte.
Vuoi sapere qualcosa di quello che succederà?
Ma non lo vuole sapere,mentre guarda gli occhi sbarrati del suo corpo.
Immagina le ricerche. I titoli dei giornali. Una vittima del disagio. Arresto cardiaco dopo una notte di sballo e gelo.
Succede,pensa.
Si volta e se ne va,facendo tornare il brusio della notte.
Lasciando nel silenzio il viso stupito di quello che era un ragazzo di provincia,che ora ,si fonde con il vento.
Vento che ulula di nuovo tra i rami del bosco.

lunedì 27 dicembre 2010

Pugno di ferro (prima parte)



IL SILENZIO È LA SEDUZIONE. DEL DIAVOLO E PIù SI TACE PIù. IL DEMONIO DIVENTA TERRIBILE

S.Kirkegaard

Funziona cosi.
Ci sono delle volte in cui ti spingi oltre e ricevi una illuminazione.
Ma è una rivelazione che non puoi comunicare.
A nessuno.
Nemmeno a te stesso perchè arriva talmente veloce da stordirti.
Ti elevi solo per pochi istanti.Per qualche secondo sei molto più di un uomo.
Vedi come sono le cose.Ma dura poco.
E' un istante in cui la tua carne si gonfia di sangue.La tua pelle è percorsa da brividi.Il cervello e' immerso in un siero di piacere liquido,aspro e rovente.
Il tuo cuore finalmente si spegne.Diventa nero.
Smetti di provare sensi di colpa.
Smetti di sentire dolore.Smetti qualsiasi cosa.



La strada per fortuna è ancora lunga.Un enorme rettilineo che sembra non finire mai.Potrei guidare guardando le forme prese dalle nuvole,appoggiando il collo al sedile.
Tanto non incrocerei anima viva per ore.
Mia moglie guarda il deserto di sabbia e rocce senza dire una parola.
I suoi capelli vibrano al vento.Un rigolo di sangue secco le scende dall'orecchio.I Gucci coprono l'occhio tumefatto.
Bellissima.

Ci siamo trasformati assieme.
Per anni abbiamo vissuto entrambi con il sorriso di una vita serena.
La vita normale.
Il film la sera.I pomeriggi in giro,la spiaggia,le risate,silenzi passati a leggere riviste,libri.Le cenette mentre lei aspetta il commento sul piatto dall'altra parte dello stretto tavolino della cucina.
Insomma una vita felice.
Una vita dalla quale però mancava un piccolo,forse insignificante tassello.
Credo sia una sensazione comune a tutti.Quello che è davvero raro è capire dove la tua natura spinga alla ricerca del pezzo mancante del puzzle.
Probabimente siamo diventati quelli che un tempo guardavamo con una certa pietà.
Quando ci siamo conosciuti,all'università,eravamo ancora cosi stupidi da sentirci diversi dal resto del mondo.
Di solito questa cazzata passa prima.Tipo al liceo hai gia smesso di crederti diverso.
A ben vedere,un pò diversi lo eravamo davvero,ma solo ora lo capiamo.
E' probabile sia meglio vivere una vita senza domandarsi mai cosa ci sia sotto questo strato di carne e sentimenti.Ma una volta che ti spingi oltre ti rendi conto che è possibile lasciare temporaneamente questa maschera da uomini per diventare qualcosa di diverso.
Mostri magari.Non lo so.

E' difficile rintracciare il momento esatto in cui nascono certe cose.Forse dal legame profondo tra me e mia moglie e dalla nostra intima,macabra complicità.
Una notte ci siamo raccontati le nostre più segrete fantasie.I nostri più malatii desideri.Le cose che mai avremmo confessato a nessuno.
Difficilmente anche a noi stessi.
L'illuminazione è stata li.Nel trovare la stessa identica deformazione interiore.
Non che non lo sapessimo già di essere intimamente simili,ma fino a questo punto...
Il desiderio di dominazione.
Ben diverso da quella vaga idea di ribellione che avevamo quando eravamo stupidi.O giovani se vuoi ma è uguale.
E' qualcosa che non ha nulla a che fare con il sesso.Meglio specificarlo perchè qualcuno potrebbe pensarlo.
Riguarda piuttosto l'essere padroni assoluti della vita.Della propria vita.
Ma questo comprende esserlo anche degli altri.
Essere amorali.
Ci siamo convinti che da qualche parte,in qualche sudicio bar,o nell'angolo umido di qualche strada poco illuminata o magari nel bel mezzi del lavoro,o una sera,durante il tragico rito satanico dell'aperitivo,saremmo improvvisamente mutati.
Bruciando in una fiammata unica il bozzolo di persone normali emergiamo come perfetti uomini farfalla.Perfetti e senza ali.
Spaventosi insomma.Creati per camminare in mezzo alla gente facendola scansare.
Fare paura.


Ed è successo.
E' iniziato piano.Dopo un tamponamento.
La strada ghiacciata.
Un tizio con la pancia,in giacca,camicia sbottonata nonostante il freddo che urlava,insultando,minacciando,guardandoci con rabbia.Respiro pesante.
Cose che succedono a quanto pare.
Spesso l'uomo cerca di dominare la situazione.Cerca di ragionare e di appianare.Evita di lasciarsi andare ai suoi istinti,se ne ha.
Quante volte è successo di doversi controllare.Di dire "calma",di repirare a fondo.Magari incazzarsi dopo.Infuriarsi si,ma dopo.
Da solo.
E invece quella volta no.E' stata una scintilla.Guardando negli occhi mia moglie.
Due occhi silenziosi ma crudeli.E' come se dicesse ammazzalo,facciamola finita.
Dentro qualcosa si è rotto.Una specie di diga,e il primo zampillo di questa esplosione è stato un pugno dritto nel naso del tizio,che facendosi improvvisamente muto,cade a terra.
Mia moglie guarda in silenzio,senza nessuna espressione,i miei calci che colpiscono.
E poi ce ne andiamo.Basta.
Tutto questo nel silenzio.Non ne parla nemmeno dopo.
La prima cosa che dice riguarda la cena,le cose da prendere.Ma io ho le scarpe sporche di sangue.
Eppure non ne parla più.Nemmeno la mattina dopo.
Non ne parla più.
Il fatto è che io mi sento bene.Dopo quella sera mi sono sentito una persona migliore.Temevo il giudizio di mia moglie.Temevo che quel silenzio nascondesse paura,o disprezzo.Invece zero.
Magari l'ha letto nell'ultimo numero di Elle Lasciare che il proprio uomo sia un animale fa bene alla coppia..
Il silenzio è complicità.


Non ero ancora davvero un uomo nuovo.
Ero solo uno di quelli che la mattina si aggiusta la cravatta prima di uscire mentre il caffè si raffredda nella tazza,in cucina.
Un colletto bianco,che una volta nella vita ha avuto un sussulto.
Tanto basta per guardarmi negli occhi,mentre mi infilo la giacca.Cosa che non succedeva da tanto.
Quella mattina ho preso ha schiaffi un tizio con un giubbotto lucido come un sacco di immondizia.
Camminava con le gambe aperte in modo ridicolo.Movenze bifolche.
Urlava dietro alla sua ragazza che muta,schiacciata tra le spalle,rossa in viso,subiva questo coglione con gli occhiali a specchio.Occhiali che sono volati immediatamente in mezzo alla strada,e al primo sguardo di reazione il suo naso è esploso in una nuvoletta rossa.
Poi me ne sono andato a lavoro.
La gente guardava me e guardava il tizio a terra che bestemmiava,con la ragazza che gli reggeva la testa.
Denuncie,casini,niente di tutto questo mi interessava.

Tornando a casa scopro che mia moglie la stessa mattina ha sputato addosso ad una battona,probabilmente ubriaca,che ridendo aveva avuto da ridire sul suo portamento rigido.
La scopa in culo è una espressione che gradisce poco.

In quei giorni,ho preteso una trasformazione.Ed ero convinto,silenziosamente,la pretendeva anche mia moglie.
Mutare nel viso,nella voce,nello sguardo.Pretendere giustizia.Pretendere di essere una carne nuova.
Due sfolgoranti corpi lucenti e levigati in mezzo a flaccidi bozzolo pallidi.
Superiori.
Ecco quello che dovevamo diventare.
Fanculo la vita sicura e tranquilla.Fanculo essere persone dignitose.
Poi sono convinto sia il desiderio di tutti.
Quando guardiamo qualche film siamo tutti attratti dall'assassino,dal genio malignio,da chi è in grado di non aver paura,ne coscienza.
Diventarlo,ho sempre pensato, deve essere il più difficile dei percorsi.
Invece è un attimo,se dentro il guscio di uomo c'e quella creatura lucente che non ha pietà ne paura.

Una sera fuori da un centro commerciale un tizio prende a calci un cane che gli ha pisciato sulla preziosa ruota dell'altrettanto preziosa Passat.
Al primo guaito io gli sono gia addosso sparandogli un calcio tanto forte da non sentirmi piùla gamba.Standogli sopra i miei pugni sono uno piu forte dell'altro.Ad ogni pungo la carica del mio braccio si fa sempre piu tesa.
E mentre sto smettendo arriva lei,a piazzargli la punta della scarpa in bocca a tutta velocità.Giusto il tempo di sentire qualcuno urlare che siamo gia dileguati.

Io felice.Una felicità severa.Soddisfazione.
Lei silenzio.Silenzio sereno,tranquillo come se fosse la cosa più normale del mondo.E come il solito,nemmeno una parola a riguardo.Mette un cd di Beyonce e canta,muovendo la testa sul collo coma una nera da ghetto.Fossimo stati persone comuni avremmo solo sognato di farlo,immaginato più e più volte nella nostra testa.Una replica continua di violenza rabbiosa.Invece l'abbiamo fatto.
La realtà è ben migliore.La giustizia fa bene a tutti.

Una sera sfogliando Glamour e ascoltando una sparatoria alla Tv in uno di quei film del cazzo americani,mi dice:
-Certo sarebbe bello averne una-
Bloccandomi un attimo capisco si riferisce ad una pistola.Non alza lo sguardo dalle pagine.Anzi sembra molto attratta da un paio di scarpe.
-Beh ci vorrebbe il porto d'armi...-
lo dico solo per provare ad essere ragionevole.
-Per queste scarpe?si probabilmente-

Facile far degenerare tutto.

martedì 14 dicembre 2010

1985



Darling Nikki è una canzone di Satana.Non c'è dubbio.
Una marcetta misteriosa.C'è qualcosa di furbo,qualcosa di sporco.Come se qualcuno ti sbirciasse ridendo e mostrando i denti da dentro l'armadio,tra le camicie e i pantaloni.
Prince di sicuro ha fatto un patto con il diavolo per questa canzone.Poi alla fine quel gospel rovesciato fa capire tutto.Praticamente Satana ti appare in un vicolo cieco tra sacchi di immondizzia e bidoni.La pioggia continua a cadere leggera.E tu rimani paralizzato.
Ti svegli con i brividi.
Il vinile si è incantato nel solco più nero e oscuro.L'ansimo inquietante di Prince.
Quando ho fatto girare il gospel finale all'incontrario diceva Il signore arriverà presto.Prince mi fa paura.

Se ti affacci di notte senti un profumo di freddo a questa altezza.Senti al massimo qualche sirena lontana da questo lato dela città.
I grattacieli del centro sembrano retro-illuminati da una luce pallida.Costante.Morbida.
Mtv passa la faccia spenta in stand-by di Withney Huston con dietro una parete di dischi d'oro.
Potrei decidermi a fare un giro invece di stare qui a guardare i Police urlare incazzati "I want my MTV" alla tv.
Raggiungere il centro,sfidando il gelo.Magari potrei approfittarne e buttare tutte quelle bottiglie vuote sotto il tavolo.
I sacchi neri delle immondizie sbarrano l'ingresso al vicolo cieco di fianco al mio palazzo.Lo stesso vicolo umido e nero del mio incubo di Darling Nikki.
L'istinto fa guardare in fondo.Per vedere se qualche ghigno freddo mi sta aspettando.
In fondo questa è Sodoma e Gomorra.O qualcosa di simile.
Con un brivido salgo in macchina veloce.Che è meglio.
Si crepa dal freddo.Non so come faccia quel tipo che dorme dentro gli scatoloni sul bordo sul marciapiede.Ho quasi il dubbio che sia morto ma mentre passa l'ultimo treno alza la testa e mi guarda.Sorride.
Anzi ghigna,con gli occhi sbarrati e quei denti bianchi e giganteschi.
Un po come il diavolo di Darling Nikki.
Accelerando,lasciandomi alle spalle il mio buio quartiere corro verso la luce.
Quando passi sul ponte,tiri giù il finestrino e da in fondo al buio,dal mare, arriva una fredda brezza che ha qualcosa di sconosciuto.
Di notte questa città sembra davvero agli ultimi brindisi prima della fine.Questa città ha davvero qualcosa di apocalittico.Un vento freddo che ti tiene sveglio e che sembra anticipare qualcosa di terribile.Qualcosa che arriva dal buio,dal mare.
Perchè basterebbe davvero un soffio e tutte queste luci,questi sorrisi ubriachi,le insegne luminose di Times square,Mtv,i Duran Duran,la coca nei bagni,le puttane,l'AIDS,le sparatorie ad Harlem,il rap,le auto,tutto questo finirebbe.
Tutto spazzato via in un botto di calore.Una luce all'orizzonte nero del mare.E poi basta.
Ecco perche il diavolo sogghigna quando suona Darling Nikki.
Insomma la fine del mondo è sempre dietro l'angolo della notte.Accompagnata da Goodbye is foreverdegli Arcadia.
Poco importa se l'altro giorno Ronald Reagan e Michail Gorbačëv si sono incontrati.Non cambia nulla.
Eppure la paura che vibra sotto ogni sorriso,sotto ogni gioiosa esplosione di libertà che scorre nelle strade di questa città,è il vero battito delle nostre vite.
Immagina un mondo ancora peggiore.
Un mondo senza nemici.Senza mostri aldilà del mare.Senza motivi di andare avanti.Un mondo così,tanto per fare.Senza nostalgia e senza demoni che sorridono alle tue spalle.
Un mondo che rallenta i giri senza forza.
E' cosi che finirebbe il mondo.Finirebbe di noia.